L'ex Clippers si è raccontato al portale HoopsHype ripercorrendo la sua carriera parlando anche del movimento azzurro

Danilo Gallinari ha rilasciato una lunga ed interessante intervista al portale HoopsHyper, che lo aveva posizionato al 25° posto nella sua classifica All-Time dei giocatori internazionali. L'ex Knicks ha ripercorso le tappe della sua carriera condizionata dai troppi infortuni.

Il grande “what if” della carriera

Il grande “what if” della sua carriera è un pensiero che, ogni tanto, torna a galla. «Sì, qualche volta ne parlo. Ci penso soprattutto quando discuto di basket e della mia carriera con gli amici o con la mia famiglia. Succede anche quando torno a New York e incontro i tifosi oppure persone che lavorano ancora per i Knicks. Ne parliamo, ma purtroppo, a causa dei miei infortuni, nella mia carriera ci sono tanti “e se…”».

Una domanda alla quale è difficile dare una risposta, soprattutto quando si prova a immaginare quale avrebbe potuto essere il suo massimo livello. «Non lo so, forse sono il più grande “what if” nella storia di questo sport. Ma fa parte di una carriera NBA. Purtroppo è successo a me, probabilmente più che a qualsiasi altro atleta per quanto riguarda gli infortuni. Comunque non ci penso troppo».

Gli infortuni e un apice mai raggiunto

Nonostante tutto, guarda alla propria carriera anche con gratitudine. «Sicuramente posso ritenermi fortunato. Prima di tutti questi infortuni ero un grande atleta, ma ero anche molto dotato dal punto di vista tecnico. Le mie qualità mi hanno permesso di nascondere almeno in parte l'usura che gli infortuni hanno provocato al mio corpo».

È anche grazie alla tecnica che è riuscito a reinventare il proprio modo di giocare. «Nel basket, soprattutto in attacco, puoi fare tantissime cose per continuare a essere un giocatore efficace senza dover saltare e schiacciare come LeBron James. A Denver sono sempre stato quel tipo di giocatore ed è stato bellissimo poter giocare liberamente per tutti quegli anni».

Resta però la sensazione di non aver mai potuto scoprire fino in fondo quali fossero i suoi limiti. «Purtroppo, probabilmente, non ho mai vissuto davvero il mio apice, perché non so quale avrebbe potuto essere il mio massimo livello. Durante la mia stagione da rookie mi sono sottoposto a un intervento alla schiena, poi direi che il momento migliore della mia carriera è stato a Denver. Ma proprio quando ero al massimo mi sono rotto il legamento crociato».

Un infortunio che inevitabilmente cambia una carriera. «Dopo un infortunio del genere puoi tornare ed essere ancora un ottimo atleta e un ottimo giocatore, ma non so se sia possibile raggiungere lo stesso apice che avresti toccato senza infortuni. A Denver, comunque, ho vissuto anni bellissimi».


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