La stella dei Rockets replica al proprietario dei Suns, che ha definito un errore l'investimento su di lui

È scontro a distanza tra Kevin Durant e Mat Ishbia. La stella degli Houston Rockets ha risposto alle dichiarazioni del proprietario dei Phoenix Suns, che ha indicato nella sua esperienza a Phoenix una lezione importante per la gestione della franchigia. Durant non ha gradito il modo in cui è stata raccontata la sua breve parentesi in Arizona, conclusa con una sola serie di playoff vinta in due stagioni e mezzo.

«#blameKD, anche se KD è rimasto al massimo della forma a 36 anni e vi ha restituito questa “cultura” che amate tanto», ha scritto Durant su X. Poi l'affondo diretto a Ishbia: «Eh sì, Matthew si comporta come se fossi stato arrestato per guida in stato di ebbrezza o roba del genere».

La replica del proprietario dei Suns non si è fatta attendere. Ishbia ha chiarito di non aver attribuito a Durant la responsabilità del mancato raggiungimento degli obiettivi, ribadendo però la propria soddisfazione per la direzione intrapresa dalla franchigia. «È ovvio che non hai guardato il video. Non ti ho dato la colpa, ma sono contento della cultura che stiamo costruendo qui a Phoenix. Adesso abbiamo i giocatori giusti e la giusta concentrazione. Non vediamo l'ora che inizi questa stagione. Buona fortuna a Houston», ha scritto.

Ma l'ultima parola l'ha avuta l'ex Warriors: «Dovresti dire Grazie ogni volta che ne hai l'opportunità. Non devi pagarmi una cifra assurda per giocare in un'altra squadra».

Ishbia e l'errore Durant: «Ho imparato la lezione»

La polemica nasce da un'intervista rilasciata da Ishbia a CNBC Sport, nella quale il proprietario ha ripercorso le scelte compiute all'inizio della sua gestione. Nel febbraio 2023, quando acquistò i Suns per circa 4 miliardi di dollari, Ishbia diede subito una svolta al progetto tecnico, portando a Phoenix Durant attraverso uno scambio con i Brooklyn Nets che coinvolse Mikal Bridges, Cameron Johnson, quattro prime scelte al Draft senza protezioni e uno scambio di scelte al primo giro.

Un investimento importante, pensato per trasformare i Suns in una squadra da titolo, ma che non ha prodotto i risultati sperati. «Quando ho comprato la squadra, credo fosse l'ottava o la nona testa di serie. Avevamo alcuni buoni giovani giocatori e mi sono chiesto se saremmo riusciti a fare il salto di qualità», ha raccontato Ishbia. «Mi è stato detto: “Come proprietario, stanne fuori”. Ho risposto che saremmo entrati nella luxury tax e che avremmo fatto tutto il necessario per provare a vincere un campionato».

Col senno di poi, però, il proprietario ha riconosciuto i limiti di quella strategia: «La lezione più importante che ho imparato non è una valutazione positiva o negativa su Kevin Durant. Dobbiamo definire chi siamo a Phoenix, restare fedeli alla nostra identità e credere nella nostra visione. All'inizio non l'ho fatto. Mi sono limitato a investire denaro per risolvere il problema».

Ishbia ha poi spiegato che l'arrivo di Durant non era coerente con l'identità che intendeva costruire per la franchigia. «Abbiamo avuto un paio d'anni a disposizione e, come sappiamo, non ha funzionato. Dopo quell'anno ho deciso di cedere Kevin Durant, ingaggiare il mio general manager, Brian Gregory, assumere un allenatore, Jordan Ott, e impegnarmi personalmente nella scelta del tipo di giocatori e di persone che vogliamo nella nostra organizzazione, dentro e fuori dal campo».

Il concetto è chiaro: secondo Ishbia, il talento individuale non basta senza una struttura e una cultura condivise. «Non c'era una cultura definita né una “stella polare” che indicasse la direzione da seguire. Ingaggiare giocatori di grande talento come Kevin Durant non porta necessariamente alla conquista di titoli». Il confronto con Ishbia riporta così al centro una questione che va oltre i risultati individuali: quanto può incidere una superstar nella corsa al titolo se manca un progetto tecnico condiviso? Per Durant, il rendimento personale resta un elemento da difendere. Per il proprietario dei Suns, la lezione è un'altra: prima di investire sul talento, bisogna sapere quale squadra si vuole costruire.


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