Dopo il 1986 i Bue tornano a trionfare nel torneo collegiale giocato divinamente dai ragazzi di coach May. Qui l'analisi del successo

Cala il sipario sulla Division I di college basketball maschile, e finisce senza particolari sorprese: i Michigan Wolverines, una delle squadre che hanno sostanzialmente dominato la stagione (l’altra era quella Arizona battuta in semifinale proprio dai ragazzi di Dusty May), supera Uconn 69-63, alla quale stavolta non è riuscita l’impresa. Della partita in sè abbiamo già parlato, giusto focalizzarsi, stavolta, sulla vincente e sul progetto di squadra nella sua interezza.
L’edizione 2025-26 di Michigan è stata la più vincente nella storia dell’ateneo (ovviamente parliamo del programma di basket maschile), con un record finale di 37-3, e se facciamo un rewind e un rewatch dall’inizio della stagione fino ad oggi possiamo notare come la finalissima di Indianapolis sia stata lo specchio di un’annata dove gli dei del basket hanno premiato un programma che è riuscito ad allestire un roster lungo, completo, duttile, semplicemente dominante. Non c’è stato il margine di scarto ampio nell’atto finale, no, ma una difesa asfissiante, un limitare Uconn al 31% dal campo, un adattare il quintetto all’avversario in maniera perfetta, un ruotare gli uomini in campo affinchè ogni accoppiamento, ogni cambio sui blocchi, ogni attacco degli Huskies dovesse trasformarsi in una autentica sofferenza per gli altri. E questo, rimarcato anche dalle dichiarazioni di coach May a fine partita, spiega come vincere una finale nonostante una prestazione orrida al tiro da fuori e la supremazia a rimbalzo di Connecticut.

L'architetto

E’ stato proprio Dusty May l’artefice principale del poderoso scatto in avanti del programma dopo il suo arrivo nel 2024? Innegabile il fatto che abbia avuto il merito di plasmare un quintetto fatto da giocatori non reclutati da Michigan ma arrivati attraverso il transfer, nel dettaglio Elliot Cadeau (UNC), Nimari Burnett (Alabama), Yaxel Lendeborg (UAB), Morez Johnson Jr. (Illinois) and Aday Mara (UCLA), con i quali è andato ad ottenere vittorie con scarti impressionanti, anche e soprattutto durante il torneo.
Un allenatore di college basketball che, come spesso succede, viaggia tra le capacità di reclutamento, quelle tattiche e quelle che sono sospese spesso tra realtà e leggenda o nei meandri del lavoro psicologico sui suoi ragazzi.
E’ diventato interessante l’aneddoto circa  la routine di tiro ideata da May prima della finale, con un canestro posizionato al centro del campo da football di Michigan per far tirare i suoi ragazzi ed abituarli alle condizioni del Lucas Oil Stadium di Indianapolis, farli familiarizzare con il concetto di visualizzazione e profondità e lavorare quindi su un aspetto psicologico e umano del gioco.
Aspetto che si fonde con un’altra leggenda del Michigan, il kicker della squadra di football campione nel 1989 Jason Myers, che realizzò cinque field goal in finale e rivelò proprio una routine personale di “immaginazione”, realizzata da quando era piccolo, utilizzando foto di stadi sconosciuti che usava per abituarsi ad un certo aspetto psicologico del suo ruolo.
Anche questo, al netto della tattica e del lavoro fisico, è stato un aspetto da rimarcare nel lavoro di May e che può aver contribuito alla conquista del titolo, un lato del lavoro quotidiano che la guardia Burnett ha sottolineato in maniera molto entusiasta sia dal lato “ludico”, sia dal lato di alcuni aspetti della preparazione delle partite ai quali i giocatori spesso non pensano, ma un bravo allenatore sì. Lavoro che continuerà l’anno venturo con un progetto di nuovo ambizioso.
Un programma che si ripresenterà alla vigilia della nuova stagione tra i favoritissimi, al netto di decisioni che devono essere ancora prese appena passerà la sbornia post titolo.


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