Tributo alla carriera di Predrag "Sasha" Danilovic

Nel giorno del suo cinquantesimo compleanno ripercorreremo la straordinaria carriera di Predrag Danilovic, uno dei migliori giocatori ad avere mai calcato i parquet italiani.

Scritto da Marco Tartini  | 

Nel giorno del suo cinquantesimo compleanno ripercorreremo la straordinaria carriera di Predrag Danilovic, uno dei migliori giocatori ad avere mai calcato i parquet italiani.

“Saša” inizia a giocare col Partizan Belgrado, squadra con cui vince praticamente tutto: nel giro di tre anni conquista una Coppa dei Campioni, una Coppa Korac, due Coppe di Jugoslavia e una Yuba Liga. Nel 1992 fa il suo (primo) approdo in Italia, più precisamente nella sponda virtussina di Bologna. Quella città diventerà poi la sua seconda casa, oltre che il luogo in cui raggiungerà l’apice della sua carriera. Nel capoluogo emiliano, infatti, Danilovic riempie ulteriormente il suo palmarès, portando a casa un’altra Coppa dei Campioni, quattro Scudetti e una Coppa Italia, oltre che i premi di MVP della Serie A e di Mr. Europa (entrambi nel ’98).

Titoli e riconoscimenti raccontano solo in parte, però, la sua insaziabile fame di vittoria: Predrag non considerava la sconfitta come una delle opzioni, e faceva di tutto pur di vincere, ossessione che lo ha accompagnato per l’intera durata della sua carriera. Nel 1995 si trasferisce dall’altra parte dell’oceano, dove continua, contro ogni pregiudizio, a spiegare pallacanestro. Chiude le sue prime due stagioni realizzando 12 punti di media con la maglia degli Heat, squadra con cui disputa anche la sua miglior partita in NBA: contro i nulla potenti Knicks, mette a segno sette triple in altrettanti tentativi, zittendo niente meno che Spike Lee e l’intero Madison Square Garden.

Due anni più tardi si trasferisce in quel di Dallas, squadra con poche ambizioni. In Texas migliora le sue cifre, toccando il career high di quasi 17 punti a serata. Tuttavia, non volendo ricoprire il ruolo di “comprimario”, al termine dell’anno fa ritorno alla Kinder, con cui riprende a vincere e a dominare.

Dopo una vita piena di successi, decide nel 2000 (a soli 30 anni) di appendere le scarpe al chiodo. Rimane però all’interno del mondo cestistico: una volta ritirato viene prima eletto presidente della “sua” Belgrado, e successivamente della KSS.
Il 2 marzo 2014, la Virtus ritira la sua storica maglia numero 5.

LA NAZIONALE

Con la nazionale jugoslava (stra)vince per quattro volte gli europei. Nel 1999, però, viene eliminato in semifinale per mano dell’Italia, che, battendo in finale la Spagna, si laureerà poi campione d’Europa. Nel ‘96 Danilovic conquista la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atlanta, venendo sconfitto soltanto in finale dai padroni di casa, guidati da fenomeni del calibro di David Robinson e Reggie Miller. Come detto in precedenza, nel 2016 diventa presidente della Federazione di Basket Serba, ruolo che ricopre tutt’ora.

LA MENTALITÀ VINCENTE

Per lo Zar la vittoria è sempre stata un’ossessione, un traguardo al quale non avrebbe rinunciato per nulla al mondo. Non ha mai fatto niente per nasconderlo, né ai compagni, tanto meno ai tifosi. Con loro non sentiva il bisogno di simpatizzare, e per entrare nelle loro grazie gli bastava fare ciò che gli riusciva meglio (e gli piaceva di più): vincere. Quest’idea l’ha espressa molto bene durante una delle sue prime interviste con la maglia della Kinder, in cui dichiarò «Cosa vi importa del mio carattere? Devo giocare, non esservi amico».

Altri aspetti che vanno sottolineati sono la sua dedizione e la sua etica di lavoro. Per lui la pallacanestro era tutto, e ciò che ha realizzato in carriera è stato frutto di ore e ore trascorse in palestra ad allenarsi. Volendo azzardare un paragone, la sua mentalità ricordava molto quella di Kobe Bryant, la mentalità che appartiene ai grandi campioni (opinione condivisa anche da coach Messina, che ha allenato entrambi).

DANILOVIC & LA EFFE

Con buona pace dei tifosi fortitudini, non si può non menzionare la rivalità e l’ostilità che c’era fra Saša e la Effe. Danilovic trovava in essa uno stimolo in più, un’ulteriore motivazione che contribuiva a tirar fuori il suo “killer instinct”. Diversi avvenimenti all’interno di questa sfida sono stati memorabili, e fra questi c’è sicuramente la gara 1 dei quarti di finale della Coppa dei Campioni 1998. Il match terminò con un 5vs3, in seguito alla rissa che portò all’espulsione dell'intera panchina della Teamsystem. La squadra di Messina vinse poi quella serie, oltre che l’intera competizione.

Un momento ancor più indimenticabile di questa saga fu il “tiro da quattro” realizzato dallo Zar durante le finali playoff: una delle azioni più iconiche della pallacanestro italiana. Questa giocata pareggiò la decisiva gara cinque, partita che la Virtus vinse poi all’overtime e che le consegnò il quattordicesimo scudetto della sua storia.

Moltissimi altri momenti hanno reso leggendaria e indimenticabile la carriera di questo grandissimo campione, al quale vogliamo rivolgere i nostri più cari auguri.

C'è chi può e chi non può. Noi, anzi io può


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